martedì 21 febbraio 2017

0 Quelli del C.U.A. sono compagne e compagni miei

Io li conosco quelli del Collettivo Universitario Autonomo di Bologna. Ho avuto l’onore e il piacere di prendere la parola in due convegni organizzati da loro in meno di due anni, pubbliche iniziative alle quali hanno partecipato centinaia di studenti. Dibattiti, confronti, buona musica, cene a prezzi più che popolari, a base di ricette bolognesi e interplanetarie. Soprattutto, in mezzo a loro ho respirato una voglia potentissima di costruire un mondo diverso, studiare, lottare contro le ingiustizie, riprendersi un tetto, gli spazi, la vita. Non sono zombie, i ragazzi del CUA di Bologna. A differenza della massa dei loro coetanei, non vivono un’esistenza passiva, fatta di movida posticcia, droghe sintetiche, rassegnazione e vanaglorioso carrierismo. Non delegano la soluzione dei problemi a un qualsiasi cretino rintanato in una sede di partito, magari capace di mettere in fila due parole in italiano. Il loro sogno non è finire dietro la scrivania di un qualche ufficio dimenticato da Dio, a lavorare per una multinazionale. Sono certo che mi perdoneranno se li chiamo così, “ragazzi”, che può apparire come un termine banalizzante. Ma il fatto è che tali sono: ragazzi. Come lo era Carlo Giuliani, come lo era mia madre uscita povera e scalza dalla seconda guerra mondiale perché suo padre si era opposto alla “normalità” di un regime voluto da milioni di altrettanto normalissimi italiani. Tutti i ragazzi del mondo coltivano dei sogni. Il problema è che la maggior parte dei ventenni odierni insegue il sogno tossico che le classi politiche avvicendatesi al potere scandiscono da almeno quarant’anni: “Andate e arricchitevi tutti”. Come se fosse possibile arricchirsi senza calpestare i propri pari, senza prostrarsi dinanzi ai poteri, senza rinunciare a vivere.
Non è difficile capire perché ad attaccare il CUA siano soprattutto quelli che dicono di essere “di sinistra”. Non è arduo comprendere come mai al coro “crocifiggi”, scandito dai media reazionari, si unisca l’accorato appello “democratico” alla magistratura e alla digos, affinché tornino ad applicare le leggi speciali e i reati associativi di cui si è fatto sempre largo uso nella storia di questo Paese. Da sempre, molti “sinceri” e “normali” democratici ci odiano. Loro odiavano i rivoltosi di piazza Statuto, i ribelli degli anni sessanta e settanta, odiavano gli operai dell’autunno caldo, odiavano le donne che diedero vita al movimento femminista e gli studenti che cacciarono Lama dalla Sapienza. Odiavano gli occupanti dei centri sociali degli anni novanta e il movimento che nel 2001 si oppose ai potenti della Terra. Odiavano gli studenti dell’Onda. Detestano chi prova a costruire un’alternativa egualitaria di vita, chi non abbassa la testa dinanzi al neoliberismo che ispira la quasi totalità dei sedicenti progressisti annidati nelle istituzioni. Ci odiano perché sebbene mediante la delazione abbiano consegnato più di una generazione alla tortura, alle galere italiane e all’eroina, qua e là continuano ad affiorare intelligenze critiche capaci di aggregarsi, sottrarre terreno alla violenza del neoliberismo che devasta le risorse naturali, sfrutta i sentimenti, i corpi e il sangue di milioni di disperati.
Solo una mente meschina può fingere di non sapere che quelli del CUA conducono da anni lotte che vanno ben al di là della questione dei tornelli. Qualsiasi persona dotata di semplice buonsenso dovrebbe esprimere gratitudine a questi ragazzi che si sforzano di riportare la vita sociale nelle periferie e nell’università. Soltanto un idiota o una persona in malafede può pensare di realizzare la “sicurezza” blindando le piazze e gli angoli bui delle nostre città, riempiendole di telecamere a circuito chiuso, tornelli e posti di blocco. Fate un giro nel “campus” universitario di Arcavacata nei week end. Proverete la stessa sensazione di “sicurezza” che si può provare in un deserto o in mare aperto, viaggiando da soli in groppa a un cammello o dentro un gommone.
Non me ne vogliano gli animalisti. Amo anch’io i cani e mai vorrei eleggerli strumenti della mia collera. Ma, care “anime belle” e stupidopinionisti che predicate il totalitario “rispetto delle regole”, vi auguro di essere aggrediti da un branco di cani randagi mentre passeggiate su uno degli infiniti spettrali marciapiedi che la vostra ossessione securitaria ha desertificato in questi anni. Non che vi facciano male, basterebbe solo qualche morso al sedere. E spero tanto che quando chiamerete la vostra polizia, vi risponda: “Siamo spiacenti, non è di nostra competenza. Rivolgetevi alla polizia municipale”, proprio nell’istante in cui il più piccolo dei cani vi strappa un brandello di sedere e corre a mangiucchiarselo in un prato, in santa pace. Voglio vedere quale reato di “associazione canina” inventerete, stavolta, delatori!
Claudio Dionesalvi

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